Premio di Narrativa "In viaggio con Michele" 10a Edizione
Il giorno sabato 16 gennaio 2010 presso la biblioteca Comunale di Granarolo dell'Emilia si sono svolte le premiazioni della 10a edizione del premio di narrativa "In viaggio con Michele".
Il vincitore è risultato Christian Verardi con il racconto "Appena dietro".
La giuria ha fermato la sua attenzione anche sui
racconti
"Gran finale" di Pierluigi Lenzi
"La gita" di Stefano Cavallini
"Radici al vento" di Marcella Mastrorocco
"1911" di Stefano Fornasari.
Segnalazione speciale per
"Ricordi" di Walter Galli
Appena dietro
Un passo dietro l’altro, sentiero CAI “doppio zero”, milleottocentosettantacinque metri sul livello del mare, ad un nulla dal cielo.
Quarantadue davanti.
Ventotto in mezzo.
E trentasette appena dietro.
Tre paia di scarponi in Gore-tex.
In fila indiana, lungo il solco morbido e pallido che incide il verde dirompente di questo angolo di Appennino, in bilico tra Emilia e Toscana.
Il rumore dei nostri passi soffoca nel terreno morbido lasciato scoperto da decenni di cammini e transumanze. Vi ho guardato camminare innanzi a me, sempre con quel metro di troppo per essere tutti e tre equidistanti, con i bermuda marrone scuro a rimarcare la magrezza algida delle vostre gambe. Avete affondato ogni passo come fosse un piccolo colpo d’ascia da infliggere alle piante di mirtillo, dai frutti ormai maturi, che foderavano il sentiero da entrambi i lati con la loro consistenza ruvida ed arcigna.
Tu davanti, brezza in faccia, lui subito a ruota, quasi incatenato alla tua ombra, io appena dietro, a guatarvi con affetto.
Ti ha chiesto e parlato senza sosta, quasi in venerazione, spigliato nel cammino e nelle parole come mai ci saremmo aspettati, appena cinque anni fa, quando fantasticavamo sulla creatura che portavo in grembo.
Quando ci siamo fermati nella piccola depressione che accoglie il laghetto naturale avete annusato l’aria in sincronia, alla ricerca del luogo ideale per piantare la piccola tenda igloo; il cielo era accoccolato nel suo azzurro intenso di fine pomeriggio, graffiato qua e là dalla spuma bianca degli scarichi di aerei in quota. Volavano lontani, verso paesi esotici e da sogno, senza sapere che il nostro piccolo paradiso aveva preso casa qui, tra i denti verdi dell’Appennino. Avete fissato la tenda al terreno con gesti sicuri mentre io mi occupavo di scattare fotografie avvolta nella luce scarlatta che stava allagando il panorama, per fermare su un supporto tangibile quello che i miei occhi avrebbero abbracciato per sempre.
La cena consumata seduti a terra sbilenchi ed affamati, la luce azzurrognola della fiamma che riverberava sui nostri volti, la tenda carezzata dalla brezza tiepida di una notte ancora bambina, il coltello multiuso imbrattato di cibo, ci donavano quell’aria voluta e cercata da sopravissuti, anche se per noi due, ragazzi cresciuti al momento giusto, la distanza percorsa era insignificante. Ma per lui, accovacciato come te a guardare le cime striate dalla luna stagliarsi nel blu scuro della notte, è stato un traguardo importante. Un traguardo che come premio ha avuto questa notte passata all’addiaccio, fantasticata da mesi, immaginata negli odori e nei colori tra le pieghe del divano.
Ed ora, in ginocchio sull’abside di questa tenda troppo piccola per tutti e tre, ti guardo dormire arruffato nei tuoi sogni - il bambino accoccolato vicino a te, e leggero, semplicemente leggero.
Sopra il cielo è screziato di stelle e ricorda quella notte di mezza estate dove il nostro amore è sfociato in un vagito soffuso ed un cordone ombelicale vistoso. E solo ora, dopo averti visto in perfetta sintonia con lui, tasti d’avorio bianchi e neri sul pianoforte della vita, ho capito. Ho capito quando mi dicevi di invidiare il mio stato di gravidanza, il cullarmi nel pensiero che un bocciolo di vita stesse crescendo dentro di me, quello sguardo che sgocciolava nel vuoto ma gonfio di speranza e futuro.
Ed allora riposa.
Riposa.
Domani il sole correrà in alto come solo in montagna e al mare succede. Ti alzerai prima di tutti, ci guarderai dormire con quell’affetto lievemente distaccato di chi sente il dovere di proteggerci - chissà da cosa poi – per uscire scapigliato dalla tenda, scalzo, davanti alla magia dell’alba. Ti accarezzeranno piccoli brividi causati dalla brezza troppo fresca della quota, un sorriso si farà strada nel tuo viso ancora tramortito dal sonno perché quei piccoli brividi ti ricorderanno gli aghi di felicità di oggi. Ti siederai in faccia all’alba con le ginocchia raccolte al petto, e la guarderai dritta negli occhi aspettando che arrivi ad irrorare nuovamente il mondo come piace a te, con quella luce obliqua che bagna tutto con gentile vigore, come lo sguardo che ci rivolgerai un attimo prima di svegliarci facendo finta di sistemare il nostro accampamento. Il piccolo specchio d’acqua perderà la metallescenza della notte per diventare l’unghia rosata dell’alba in questo verde sconfinato.
Smonteremo la tenda e, dopo aver raccolto zaini e suppellettili, in fila indiana cammineremo in bocca al sole verso il Passo che divide le due regioni sfrangiate da queste montagne. Ed in quel piccolo seno verde gli mostrerai che si può vedere il mare, il Tirreno, e con un cielo terso come la luce che hai negli occhi quando lo guardi è possibile distinguere il profilo ardito dell’Elba, persa nel blu.
Quarantadue davanti.
Ventotto in mezzo.
E trentasette appena dietro.
Non te ne rendi conto ma questa lama di vita ti incide il sorriso, tira a lucido la gioia compressa nei gesti di un uomo che gode di un momento effimero, destinata a levigarsi in un ricordo di romantica armonia per te, per noi.
Lui invece godrà di questi attimi anche in un domani impreciso, quanto l’alito dei ricordi soffierà su questi giorni evidenziando suoni e colori come li conoscesse da sempre e per sempre.
Quarantadue davanti.
Ventotto in mezzo.
E trentasette appena dietro.
Cammineremo nuovamente incontro alla sera, con il sole come corona e uno sguardo d’intesa come mantello.