Premio di Narrativa "In viaggio con Michele" 9a Edizione
Il giorno sabato 17 gennaio 2009 presso la biblioteca Comunale di Granarolo dell'Emilia si sono svolte le premiazioni della 9a edizione del premio di narrativa "In viaggio con Michele".
Il vincitore è risultato Christian Verardi con il racconto "Il diavolo in carrozza (E corro...)".

Christian Verardi con Norma Sfrisio, la mamma di Michele Il pubblico in sala
Il
diavolo in carrozza
(E corro...)
Il
cielo è cupo e basso. A tratti tende al viola.
Piscia
a fatica qualche goccia di pioggia che s’inciampa
tra la polvere e le foglie.
L’ozono
si sdraia a terra e mi accarezza le narici. Profumo di una estate
ormai sfumata sul finir d’agosto.
Sono
ricordi ormai i gridi delle rondini a maggio, i papaveri vermigli che amavo
aprire da bambino indovinandone il colore,
le ciliegie da cogliere e quelle da rubare. E’ lontana la gioia gridata
dai ragazzi l’ultimo giorno di scuola, l’erba nei campi è ingiallita e del
grano ora non rimangono che stoloni irti al posto delle spighe e del loro
fluttuare.
E
corro.
E
corro così, in un venerdì slavato di fine agosto.
M’ansimo
addosso, respiro le mie piccole grandi preoccupazioni, sudo malinconia per
l’ennesima estate che si arrotola su se stessa trascinando via schegge di
tempo e di vita.
E
corro.
E
corro così, senza riuscire staccarmi dalla maniglia dei problemi quotidiani,
enormi crune dove sembro obbligato a passare anche quando cerco riparo nello
sport.
Attraverso
piccoli borghi di case dove spiccano ritagli di vita: un uomo canuto legge il
giornale sulla sdraio, la fragranza di un ragù di
carne punge l’aria, un bambino gioca solo con il suo piccolo pallone, un cane
pastore mi segue con lo sguardo e nulla più, una fontana in ghisa d’altri
tempi lascia sfilare un po’ d’acqua dove s’azzuffa un pugno di vespe, una
giovane madre allatta al seno con occhi sognanti, un vecchia è seduta sulla
panchina del piccolo incrocio con il suo foulard ed il suo scialle e suoi occhi
che annaspano tra ricordi e attesa.
Più
di un anziano si muove sopito tra le piante ed i frutti dell’orto, con il fare
claudicante di chi non si aspetta più nulla e quindi
non corre più dietro alla vita. Una donna trafelata ritira il bucato,
perdendosi tra lenzuola e calzoni, per
salvarlo dal temporale che incombe.
E
corro.
E
corro così, a ricettori aperti, cercando di godere con immagini e suoni che
attraverso ormai accaldato e grondante di sudore per l’umidità elevata. Mi
accorgo che qualcosa si smuove e quello che prima mi bruciava testa, corpo e
pure quell’ora intima con la fatica, ora scivola
in secondo piano. Sempre lì, pronto ad assalirmi, ma ora più
distante.
Una
bambina urla correndo sotto lo sbattere dei capelli racchiusi in due trecce
lunghe ma aggrovigliate come il futuro che l’aspetta:”
Mamma Mamma, arriva il Diavolo in carrozza”
Un
sorriso mi increspa il viso mentre il greve borbottio
del cielo si fa vicino e minaccioso.
Gocce
come castagne acerbe s’infrangono sull’asfalto caldo, sprigionando umidità
e profumo di pioggia.
Supero
l’ultimo pugno di case e intuisco dietro di me l’affanno nel chiuder rapidi
le finestre ai piani superiori, nello strappare il rametto di rosmarino
per le patate in forno, il riporre lo sguardo trasognato della madre novella per
riprendere contatto con il mondo circostante.
Alle
spalle lascio il concertare incessante delle cicale, un abbaiare lontano, il
ciabattare rapido della massaia, il rimbombare sordo degli occhi di una
adolescente che ascolta la radio e pensa al suo lui inafferrabile, la
vibrazione calda del tramonto, l’odore pungente e vivo dell’erba tagliata.
E
corro.
E
corro così, sempre più libero da me stesso. La strada prosegue in seno al
bosco, un brivido di vento percuote i rami, lacrime di pioggia urlano sulle
foglie. Il cielo è sempre più cupo e rasente. E
parla. Parla di tuoni e fascino e ritorno alle origini.
Scricchiola
la ghiaia sotto i piedi assieme
alle insicurezze che m’accompagnano da una vita.
Cala
una bruma grigiastra lungo la schiena del monte, mentre le luci tremule di
piccoli tabernacoli votivi, posti sul ciglio della strada, sgomitano tra i
fiori deposti e la penombra che sta allagando il pomeriggio.
Il
silenzio surreale è infranto soltanto dal canto del temporale e da voci lontane
che arrivano, portate dal vento, dal paese aldilà della valle.
E
viaggio.
E
viaggio così, cercando di districare le maglie della catena che mi lega la
mente ed il cuore.
Poi
, l’incanto.
Un
soffio di nebbia m’avvolge, la strada è percorsa da mille rivoli come mille
ferite, la pioggia aumenta il suo tamburellare sulla mia pelle.
Ed
è fresca, intrisa di vita, di contrasti, di fango e nuvole, lacrime e risa,
calma e tumulto. La sento accarezzarmi viso e pensieri, lavare via i lembi che
sgambettano il gioire appieno ed il godersi quest’ora,
dove è racchiusa una vita intera.
Getto
il cappellino, s’affloscia muto tra la ghiaia e fanghiglia.
Sfilo
la t-shirt tecnica, la getto senza vigore, con un gesto naturale che mi sorge
dentro, intuisco il suo planare tra
le felci e i faggi sotto strada.
E
corro.
E
corro con il cuore che mi urla nel petto e la pioggia che mi bacia il corpo. Le
gambe si muovono rapide, precise, persino potenti mentre l’anima si adagia in
questo perfetto equilibrio, in questa sorta di battesimo pagano dove non c’è
il peccato da lavare via ma le pecche proprie della vita ordinaria.
È
un equilibrio perfetto ed incoerente tra fatica e leggerezza.
Rivoli
d’acqua piovana mi arano le tempie e le spalle
e la schiena, quasi a lenire il fragore dell’adrenalina che mi pervade.
E
ritorno bambino.
Le
pozzanghere sono bersagli da calpestare, assaporo il sapore acre degli schizzi
di fango sulle labbra dischiuse, le distanze si dilatano, il domani e le sue
insicurezze spazzati via dall’attimo che mi scorre sotto i piedi, la vita
diventa un gioco tutto da scoprire, dove inventare le proprie regole, dove i
ricordi sono lampi in attesa del tuono.
Corro,
forse volo, e accarezzo le fronde più basse degli alberi che mi restituiscono
lacrime di pioggia estiva. L’odore di muschio tinge
l’aria, mentre laggiù, a cavallo dell’orizzonte sancito dalle montagne a
ridosso della pianura, squarci di sereno illuminano nuovamente la valle.
Si
dirada la bruma tirandosi dietro anche gli ultimi scrosci di pioggia, come un
generale che ordina la ritirata del proprio esercito.
Proseguo
la mia corsa sub-corticale tornando sull’asfalto ancora fradicio di
acqua e foglie strappate ai rami dalla furia del temporale. Riattraverso
il pugno di case dopo un’ora dal mio primo passaggio, dopo un
vita racchiusa in un pugno di respiri affannati.
Rallento
di colpo, senza motivo, senza volerlo, senza saperlo.
Un
raggio di sole crepa l’ambiente.
Cammino.
Mi
fermo.
L’odore
sapido dei sassi, che gli avi posero uno sull’altro per costruire la borgata
, si mescola al dolciastro odore del fieno tagliato e all’odor di morte
e vaniglia proveniente dalla
carcassa di qualche animale morto chissà dove.
Qualche
lucertola s’azzarda fuori dal suo pertugio, i
bambini corrono fuori lasciando il vetro della finestra e l’alone lasciato dal
loro fiato, riemerge anche la madre con gli occhi liquidi come la pioggia e la
bambina calma e dormiente come il cielo di adesso.
Piccole
farfalle gialle mi sfiorano la pelle intirizzita.
Sento
sfumare l’attimo e intuisco il ritorno di qualcosa che penso di conoscere, o
forse no.
Nubi
di vapore salgono dall’asfalto scaldato nuovamente dal sole, un’emozione
sconosciuta mi sale dall’ anima e si inciampa
ricadendomi in gola mentre mi volto in direzione del bosco.
Rimango
lì, a specchiarmi in questo pezzetto di mondo che ho attraversato correndomi
dentro.
Rimango lì, mentre qualcosa di acquoso e salato mi accarezza il viso.