Premio di Narrativa "In viaggio con Michele" 4a Edizione
Il giorno 5 novembre 2003 i componenti della giuria del premio di narrativa "In viaggio con Michele", per un racconto a tema libero ispirato a esperienze di viaggio, hanno deciso all'unanimità, ex-aequo, per l'edizione 2003 a:
Nadia Galli, per il racconto: "Le pause del silenzio" e Stefano Fornasari, per il racconto: "La malattia"
con le seguenti motivazioni:
"Nadia Galli ci insegna ad ascoltare le pause del silenzio, un viaggio alla scoperta dell'anima che esula dai comuni riferimenti temporali, che ci allontana dalle vuote certezze del vivere quotidiano. L'unico modo per incontrare, vedere, provare a capire persone e cose che abitano ai margini della vita. Stefano Fornasari rivela la malattia che è forse dentro ognuno di noi: il bisogno di "Un altro dove" da raggiungere, per poi riprendere la corsa e inseguire, in una solitudine finalmente lieve e in una fuga infinita, spesso appagante, risposte al nostro stesso esistere".
Nella discussione finale, la giuria ha fermato la sua attenzione anche sul racconto:
"Una grande giornata di sport" di Walter Serafini
Hanno partecipato anche:
"Come dedicare 10 ore e 21 minuti... alla corsa più bella del mondo" di Marino Bongiovanni
"Liberi di viaggiare?" di Alicia Del Pilar VIllagarcia Fuentes
"Quanto durerà ancora" di Michele Tartaglia
"Vagabondaggio in Cambogia" di Sabrina Pausini
La premiazione si è svolta la sera del sabato 9 Novembre 2002, nel corso della festa di chiusura della stagione agonistica 2001/02 del GS Pasta Granarolo, al Palazzo dello Sport di Granarolo dell'Emilia.
A cadenza mensile,
l’appuntamento di fine settimana di “le arti per via”, di piazza di porta
Ravegnana, raccoglie, già dalla tarda mattinata, visitatori ed operatori.
Le strade che si dipanano a raggiera incantano per i palazzi, per le vicende e
per le architetture.
La via Zamboni l’ho vissuta da matricola e poi da occupata.
La mia curiosità ed attenzione, più che ventennali, carpite da quella Chiesa in
quel modesto slargo il cui sagrato riporta una stella ad otto punte ed un’altra
ancora al suo interno, sono state alimentate dalla sua perenne chiusura.
E’ la Chiesa di San Donato, edificata nel 1454 ed abbellita di ornati
architettonici nel 1751 per mano di Francesco Orlandi.
Queste le uniche note storiche.
Prima che l’affluenza all’evento organizzato mi costringa ad un lento passeggio,
vivo il risveglio domenicale di quello stralcio di città nell’umido autunnale.
Mi approssimo alla Chiesa che ho interpretata, per via della sua presenza sul
mio percorso, buia, misteriosa, illuminata, non artefatta.
Il suo fascino è penetrante, i suoi affreschi su base ocra, con pallide
conchiglie, nuvole e raggi paiono un museo all’occhio del passate.
Tutto culmina in qualche pennellata di tenue verde e nel crocefisso.
Poi il cielo.
Nell’ora solare la poesia è scura e tenebrosa, nell’ora legale si pone al pari
di un vivido specchio.
E’ sempre lì, è sempre la Chiesa sigillata, tra un brulichio e una dolce sosta
nel silenzio.
Mi pare narrare di me e di questa Chiesa.
Dei miei stati di vista e visione e dei suoi stati di luce.
Ma, io sono sempre io con gli anni che passano, la Chiesa è sempre la Chiesa.
Io sono nessuno, essa è sempre scarnamente nota , solo qualche riga nell’ovale
prossimo alla porta.
E’ sempre il silenzio.
DI questa piovosa mattina di cui racconto mi colpisce la porta aperta e
l’emozione che ancora avverto.
Quattro persone sul sagrato: tre uomini e una donna.
Un signore con giacca vento blu, un signore con scarponi pesanti ed un altro
immobile nel fumo di una stropicciata sigaretta umida.
Mi avvicino per entrare, per conoscere e visitare la Chiesa, quella Chiesa.
Il signore immobile, gira su se stesso, si scosta la sigaretta dalle labbra e
con fare dignitoso e meritevole di un inchino, educato e non arrendevole mi
parla: ”Non entri signora, non è per lei.”
Lo sguardo serio di chi parla una volta e non ammette repliche.
Resto ammutolita.
Solo qualche passo e salgo sul primo gradino.
Si avvicina la Signora, stringe tra le mani buste di plastica e una borsa
rattoppata in similpelle.
Mi accenna: “Signora, questa è una Chiesa non per lei e la sua eventuale
devozione” E’ solo per noi, per poveri disgraziati”.
Il suo attribuirsi un’identità invilita mi colpisce, ma lei mi toglie il tempo
di esprimermi ed insiste: “Noi disgraziati veniamo per un pasto e per poco
altro. Io divido la mia razione con un gatto randagio”.
Rivivo tutti i silenzi attribuiti a quella Chiesa e tutte le curiose fantasie.
Li c’è ben altro.
C’è chi nella dignità si titola e cita i segni particolari esternati da chi
etichetta.
Chi mai ha il diritto di prefigurare un destino?
Ammetto, ho deglutito con forza, con un filo di voce mi sono rivolta alla donna:
“Signora, non è certo Lei, oppure i suoi conoscenti ad essere disgraziati. Lei è
veramente una Signora.”
Nel più totale del silenzio dei suoi compagni, mi ha osservata incredula,
accorta nel sorridere, controllata nello svelare un’arcata dentale incompleta,
si è scostata da me, come se riscoprisse un’altra metà di donna, ha estratto
dalla borsa un cappello di lana, si è sistemata i capelli con un vezzoso gesto e
mi ha risorriso.
Si è aggiustata le spalle del cappotto ed ha ripreso la sua vita: la borsa e le
buste strette tra le mani.
E così si è incamminata.
Mi sono chiesta poi, quante volte nelle sue gestualità quotidiane ha liberamente
sorriso al suo gattino il quale, per il suo essere e con altra espressione,
l’avrà incoronata per la sua intelligenza umana e gratitudine.
Quanto con giusta ragione.
Non ricordo il tragitto del mio ritorno.
Rammento che, nelle pause del tempo è giunto lunedì.
Ricopro il ruolo di discente nel muto conservatorio della vita e nelle tacite
risonanze, dove si riscopre un immaginario presepe e dove la cometa affrescata
tinge il cielo domenicale per chi possiede una dignità sociale e riceve un
pensiero di solidarietà.
Questo è il museo dei miei giorni feriali, il museo del vivere per il quale la
sensibilità umana non ha nemmeno bisogno di bussare.
Per chi non vede, è fioca la luce che la Chiesa emana, per chi conosce è forte
il trasporto, per chi non si astiene dal predicare la non conoscenza, mai
arricchirà di un controllato sorriso di una Signora che non si stimava tale.
Un intero paese glassato di neve, una succulenta delizia
perlo spirito…
Bip, bip… una melodia…
E’ questa la realtà?
La sveglia aveva partorito qualcuno, dal grembo dei sogni.
Un uomo sbadigliò, per cancellare le ultime fantasie notturne e, lasciare posto
ad un’uggiosa, tarda mattinata di novembre.
Pranzò con un piatto di pasta, condito da una manciata di minuti per consumarla,
per poi prepararsi.
Ogni cosa era pronta: dagli indumenti che calzavano a pennello, alle scarpe
ginniche ben salde ai piedi.
Dalla finestra, si vedeva un cielo cupo, con una vistosa ferita celeste, così
come su di lui erano evidenti i segni della malattia.
Lasciò chiudersi dietro di se la porta, mentre con un respiro furtivo, curioso,
assaporava l’aria.
Sublime, umida e pungente, proprio come piaceva a lui.
Qualche saltello, per scrollarsi un brivido parassita, poi, un passo dopo
l’altro, partì.
Cominciò a correre, o meglio, ebbe inizio il viaggio, piuttosto lungo, rispetto
ad altre volte.
Passò lungo un viottolo costellato di pozzanghere, in un puzzle di mattoni,
frutto di una sapienza geometrica, ai piedi di un piccolo argine.
A stento riuscì ad evitare l’irreparabile, strimpellando i piedi a terra, per
non demolire una curiosa moltitudine di chiocciole.
Grandi e piccole, intente nel loro esodo verso la salvezza, dagli allagamenti.
Un popolo di nomadi, che regnava su quella via, battuta e marchiata dal loro
strascico, con la propria “Home” sulle spalle.
Augurò loro buon viaggio e proseguì il suo.
Tutto procedeva per il meglio, gli stessi pensieri, non erano intaccati dal
grigio dipinto cittadino, in un labirinto piano, che presto avrebbe ceduto il
passo alla collina.
L’idea rimbalzava nella sua mente, con un quesito: come se la caverà il
“Fottuttissimo” ginocchio?
Da qualche tempo era la spina nel fianco del corridore.
Rincorse con gli occhi, la serpentosa via, mentre fuggiva per le salite della
collina.
Non era nemmeno alla metà del suo viaggio, quando sentì qualcosa nel proprio
petto, desideroso di uscire, con violenti colpi.
Cercò di non pensare e solamente resistere.
Attimi brevi, ma intensi come l’eternità, che si dissolsero in un batter di
ciglia, continuando a salire, solitario, in quel mare di silenzio.
L’umidità aveva stretto una tacita alleanza con il sudore che gli saettava sulla
pelle, tanto da fagocitarlo nell’ambiente.
A poco a poco, gocciolò in lui il pensiero, di come fosse triste affrontare una
salita così, senza avere vicino qualcuno.
Era certo di superarla, ma in un lungo viaggio, chissà quante salite vi possono
essere e, non tutte si possono superare…
Quel pensiero s’infranse contro un muro di nebbia, in cima al colle, immerso in
una coltre bianca, uguale e compatta in ogni dove.
In quel frangente il “Fottutissimo”, lasciò scappare qualche scheggia
incandescente di dolce dolore, stemperata però in
un lungo sospiro.
Qualcosa d’inaspettato, come l’abbaiare rabbioso di una ca-ne, in lontananza,
fece esplodere in lui, una granata d’inquietudine, deflagrata in una corsa
frenetica.
I fotogrammi si susseguirono all’impazzata, in una discesa senza freni.
Perché fuggire? Voleva forse inseguirlo?
Chissà…
Talvolta è buffo come l’abbaiare di un cane che non c’è, possa far superare
certi momenti.
Il peggio era passato e, appena fuori della coltre nebulosa, a sorpresa, c’era
il sole.
Caldi e appaganti raggi, che illuminavano una via, lunga e diritta, senza
orizzonte, senza fine, lontano lontano.
I minuti furono divorati a grappoli dal tempo, affamato come un lupo solitario,
mentre la luce, stanca di rincorrere le ombre, desiderava ormai coricarsi nei
campi.
Quella giornata, quel viaggio, stavano per terminare, ma la sua malattia non
sarebbe mai giunta al termine?
Sentiva dentro di sé la fatica mordergli le gambe, ma lo steccato di legno, il
traguardo del suo viaggio, era in fondo ad un viale di alti castagni.
Nemmeno il lupo solitario, seppe rivaleggiare con la sua orgogliosa andatura, di
passi trionfali, fra applausi di foglie, di una folla di giganti verdi.
Un miele gioioso sarebbe colato sul suo cuore, degno di un racconto, se così
fosse stato.
Un tonfo sordo e compatto però, mandò in frantumi ogni gioia, inciampando in una
radice imbranata.
Lo sgomento del silenzio, discese gelido sul terreno.
Un fiotto di dolore, era tutto ciò che rimaneva del “Fottutissimo”, caparbio e
coraggioso davvero, nulla di più si poteva chiedergli.
Tutto aveva raggiunto il suo termine e, la malattia pulsava forte in lui ora.
Nella penombra che abbraccia la sera e saluta il giorno, una figura raggiunse lo
steccato e prima di passarlo lo colpì facendolo rabbrividire, poi se ne andò,
tornando da dove era venuto.
La malattia che attanagliava il suo animo, la stessa vita, aveva avuto il
sopravvento.
Un male indomito senza cura.
Una sorgente inesauribile, sempre pronta ad appagare gli insaziabili battiti,
scanditi dai passi di chi corre una melodia, in uno spartito senza fine.