Premio di Narrativa "In viaggio con Michele" 3a Edizione
Il giorno 5 novembre 2002 i componenti della giuria del premio di narrativa "In viaggio con Michele", per un racconto a tema libero ispirato a esperienze di viaggio, hanno deciso all'unanimità di assegnare il riconoscimento per l'edizione 2002 a:
Nadia Galli, per il racconto: "Il musicante"
con la seguente motivazione:
"Tra prosa e poesia, il racconto di un viaggio alla conquista del sè. Di un mondo in cui l'approdo è armonia, equilibrio, creatività. L'infinita semplicità di un paesaggio marino, l'apparente solitudine di una spiaggia fuori stagione, la quieta compagnia di un cane randagio: ovvero l'essenza della vita che si svela "altrove, dove il buio affida il posto al sole". Dove l'esistenza non è più uno spartito da seguire, ma un'avventura da colorare".
Nella discussione finale, la giuria ha fermato la sua attenzione anche suoi racconti:
"La gara più grande" di Stefano Fornasari
"La mia città" di Norma Sfrisio
Hanno partecipato anche:
"La mia prima volta... in mare" di Marino Bongiovanni
"Duecento metri al tragguardo" di Walter Serafini
"Le Cinque Terre per Federico" di Alicia Del Pilar Villagarcia Fuentes
"Primo Duathlon sulla Luna" di Stefano Bandini
La premiazione si è svolta la sera del sabato 9 Novembre 2002, nel corso della festa di chiusura della stagione agonistica 2001/02 del GS Pasta Granarolo, al Palazzo dello Sport di Granarolo dell'Emilia.
La locandina citava: Prima de "IL MUSICANTE
SOLITARIO".
Il musicante sul palco accettava l'ovazione e gli applausi.
Le esternazioni non giungevano al cuore, nulla lo eccitava.
Non perché ne fosse avvezzo.
Non era una sua melodia, interpretava e dirigeva musica altrui; si definiva un
"esecutore impartecipe".
Quella notte, sulla nota finale e sull'ultimo applauso era sopraggiunta la
svolta.
Altrove, dove il buio affida il posto al sole, si apriva un sipario, diverso.
Il dove non era lì.
Smesso il tight, nella sua stanza il silenzio popolava la sua esistenza.
Dove volgeva o dove evolveva la memoria: a quella foto in bianco e nero che vide
il mondo, un'espressione indelebile.
Capelli fitti, baffi neri, lo sguardo al basso: gli anni che furono.
Ora, la stempiatura e le rughe hanno spento la magistralità dell'alone del suo
profilo.
Nulla è da rissovenire.
Mentre il sole disegnava uno steccato filtrando tra un filare di pioppi, in
un'altalena di ombre e luci, ingannando lo sguardo, simulando un treno in corsa,
volteggiavano i suoni; il violino dell'anima, il tamburellare del cuore, il
sibilo della bufera di sabbia.
Lì, sulla spiaggia avanzava la quiete.
Il suo attracco.
La fine delle esecuzioni opposte alle emozioni.
Gli scheletri dell'estate emanavano un respiro, tutto intorno trasmetteva e, più
di tutto, una presenza lo accompagnava a distanza con un bastone tra i denti. Un
cane randagio.
Ora, riprendono spazio nella sua immaginazione il pianoforte e lo spartito
ondeggianti sul mare. Il suo insistente pensiero ricorrente ad ogni esecuzione,
ad ogni nota esprimibile con altra tonalità, ad un'anima sopita e costretta a
sopirsi.
Ora è la venuta creatività.
Immobile il poco sole lo trafigge.
Sa di avere abbracciato se stesso, sa di potere musicare le note di quanto lo
circonda, sa di poter vivere.
L'amico a quattro zampe si avvicinò, lasciò cadere il bastone ai suoi piedi.
Solo il vento spostava i radi capelli brizzolati del musicante e il folto pelo
dell'animale.
L'uomo lentamente si chinò, il cane alzò il capo, i loro sguardi si riflessero,
ritto sulle zampe anteriori ruotò la testa, quasi ad udire un 'armonia
proveniente dal mare e ad indicare una direzione.
L'uomo raccolse il bastone, aveva diretto con bacchette metaforicamente evocate
magiche.
"No" pensò, "E' così leggera la mia anima, ho la libertà in me,
colgo i sospiri del mondo, questa è la mia emozione".
Simbolicamente sollevò il bastone verso il mare, simulò e orchestrò un inizio
con a fianco l'unico e sollecito astante e convitato.
Il mare: una orchestra infinita; il cielo e la sabbia: una platea sconfinata.
L'epilogo di un lungo peregrinare: il vivere divenuto musica per il musicante
partecipe, quanto per il compagno a quattro zampe.
Pioveva come non mai quella sera.
Se ne stava li, solo, sotto un lampione, incurante dei proiettili d’acqua, che
gli flagellavano il viso.
Faceva freddo ed era buio, ma a lui non importava, ad essere scura, non era solo
la notte.
Tutto era cominciato un tiepido pomeriggio di primavera.
Il sole sonnecchiava all’orizzonte, con sbadigli di vento, che accarez- zavano
appena i vasti campi di grano.
Alcune di queste distese, erano attraversate da bisce lastricate di catrame, a
due corsie e, su una di esse si poteva scorgere un puntino
in movimento.
Si stava dirigendo verso un piccolo paese di pianura, nient' altro che una
manciata di case, accovacciate l’una all’altra come lupi.
Durante l’inverno andava in letargo, sotto una coperta di neve, ben rimboccata
in ogni dove, per poi svegliarsi in primavera, come unica isola, di un mare di
grano dorato a perdita d’occhio.
Granamugnolo si chiamava.
Poche anime: una Chiesa, una piazza, un tabaccaio, uno di tutto in- somma, ma
uno solo su tutti, lui.
Quel puntino sfuocato, assunse una forma umana, stava correndo ed era un vero
spettacolo, vedere con quanta armonia e determinazione, i piedi accarezzassero
l’asfalto ad ogni falcata.
Un uomo snello e agile, quanto forte e possente, dai lineamenti mar- cati da
anni di quotidiani allenamenti.
Antonio Rinaldi.
Era lui l’invincibile atleta di Granamugnolo, pluricampione di mille discipline.
Un’eroe così tanto acclamato e venerato dalla sua gente che, nono-stante i molti
ingaggi, non è mai voluto partire.
All’anagrafe del comune, si contava che quasi i 2/3 dei bambini portassero il
nome "Antonio", in suo onore.
Per non parlare della fontana in mezzo alla piazza, fotocopia del suo naso
aquilino, che si credeva racchiudesse il segreto delle sue vittorie.
Appena entrato in paese, il destino lo batté proprio sul filo di lana.
Una piccola automobile bianca, arrivava in senso opposto e lo bocciò come una
palla da biliardo.
La strada gridava ancora, per i violenti graffi dei pneumatici, quando la
campana suonava già a lutto.
Qualcosa di terribile era appena accaduto.
Antonio riaprì gli occhi e si alzò dolorante, ma ben presto soccorso dal dottore
del paese, che non vi trovò nulla di grave.
L’anziano medico si raccomandò solamente che, nei prossimi tempi, una miscela di
cautela/riposo, sarebbe stava la sua unica benzina.
Sul viso dell’atleta, frastornato e sofferente, si dipinse all’istante
un'espressione da condannato a morte.
Certo quest'intoppo non ci voleva, da li a pochi mesi ci sarebbe stata una
competizione importante, mai tentata prima, la più grande.
In tutto quel clamore, nessuno si era accorto di una minuta signorina, esile,
forse più bianca della sua auto, poiché era lei l’attentatrice e, per scusarsi
riaccompagnò la vittima a casa sua.
Nei pochi minuti di viaggio fu servito un piatto abbondante di scuse e
costernazione della donna, con un contorno però, di silenzio tombale di Antonio.
Era una casa piccola e semplice, poco distante dal centro del paese, il cui
interno avrebbe sconcertato chiunque.
Bastarono pochi passi e quegli occhi femminili sottili, si trovarono intenti a
scrutare un curioso arcobaleno giornalistico, poiché ogni più piccolo angolo era
rivestito di articoli di giornale.
Non c’era riga o trafiletto, che non parlasse di colui che aveva investito.
Dopo essersi ripresa come da uno shock, gli disse che l’indomani, dopo la
lezione a scuola, poiché per qualche tempo sarebbe stata la nuova maestra
elementare di Granamugnolo, sarebbe ripassata per sincerarsi delle sue
condizioni.
-"Comunque mi chiamo Melisa e…"- Disse lei in tono gentile.
-"Il mio lo può leggere su tutte le pareti"- Rispose lui stizzito, chiudendo la
porta.
L’indomani, un gallo armato di una sciabola di luce, suonò la carica con un
poderoso: "Chicchirichì", tanto da far sussultare l’uomo di cartoni e bende,
avvolto nel suo lenzuolo di dolori.
Dannazione, come farò per la gara? Dannazione!
Pensò dentro di se.
La minuta donna mantenne la promessa e per sdebitarsi, fece pure un po’ di
spesa, del resto la dispensa era fatta solo da: vitamine liquide, proteine
spray, carboidrati in polvere e… chissà quale altra diavoleria!
I giorni si susseguirono come ciliege, con visite quotidiane di Melisa, cosa che
pian piano fece sempre più piacere al burbero atleta di Granamugnolo, tanto che
talvolta si vedevano pure la sera, per ammirare le stelle.
Tante volte le aveva viste, ma nessuno gli aveva mai detto che cosa fossero o
che magari poteva esserci qualcuno lassù e, che quella specie di orecchio del
cielo, intento ad origliare l’universo, era la costellazione dell’Orsa Minore.
In quelle sere però, a brillare, non furono solamente le stelle, ma qualcosa d'
impercettibile persino per un cardiofrequenzimetro.
Il prodigio fu compiuto e lentamente ripresero gli allenamenti.
Non si era mai reso conto di quanto fosse bello la mattina presto, lasciarsi
schiaffeggiare dall’aria frizzante, portandosi via con se il sibilo della
bicicletta.
Per non parlare della meta solita: le colline.
Sempre ricoperte da un esercito di vigneti, guerrieri, le cui lance minacciavano
il cielo, dalle armature di chicchi, intinti di pallidi riflessi rossastri,
dell’alba, quasi a preannunciare l’esito di una battaglia.
Al ritorno in pianura, ci s' immergeva un poco per volta, nel suo silenzio,
sospinti da un soffio di drago, splendente all’orizzonte.
Ormai le ammaccature erano solo un ricordo.
Melisa era giunta alla fine del suo breve mandato, come maestra elementare ed
era pronta a ripartire con la sua piccola automobile
bianca.
Erano entrambi sul selciato della strada, imbavagliati dal silenzio e con lo
sguardo prigioniero della forza di gravità.
-" Grazie di tutto, ciao."- Lui pronunciò solo quelle parole, che ruppero il
silenzio, dopo di che si allontanò correndo.
Il tempo stringeva, la gara era imminente e non poteva certo perdere tempo, lo
attendeva un allenamento duro quella sera.
Aveva corso per ore, ma al suo ritorno incontrò la pioggia.
Forte, incessante, senza lasciar tregua e, le gambe rallentarono come
arrugginite, tanto da doversi aggrappare ad un lampione.
Sentiva qualcosa di buio e persino lo squittio del cardiofrequenzi- metro,
compagno di molteplici imprese, gli suonava fastidioso, tanto da spegnerlo.
Passarono tre giorni, poi il gran momento arrivò: "La gara più grande".
La più grande di tutti i tempi, di tutte le ere, di tutti gli sport, che avrebbe
incoronato il miglior atleta in assoluto.
Solamente il nome incuteva già timore: "Infinithlon".
Una gara a frazioni di: nuoto, bici, corsa, bici, scalata, mongolfiera, apnea e…
tutto quello che una mente diabolica potesse concepire!
I partecipanti erano una rosa di campioni mondiali. Fra i tanti spiccavano: i
tenaci gemelli Olandesi Van der Tandem, imbattibili ciclisti, sempre in scia
l’uno dell’altro, il temutissimo Russo Spiralidov, dalla lunga e folta barba,
capace di assumere le forme aerodinamiche più insolite ed efficaci, il
Giapponese Ynamoto, il cui nomignolo, non a caso, era "Dinamoto", per una
curiosa capacità propulsiva naturale, tale da essere oggetto di studio della
NASA e, tanti altri.
Ovviamente non poteva mancare lui, l’attesissimo Antonio Rinaldi,
da cui tutti si aspettavano una prestazione, almeno degna dell’olimpo.
In quel mare circense che accompagna la partenza, Rinaldi, era l’uni-co a non
risentire dell’atmosfera, come se non gliene importasse nulla.
Gli avversari lo invidiavano, immaginando una sua concentrazione formidabile e a
chissà quali assi nella manica, era pronto ad esibire.
Pochi secondi.
Tre, due, uno… via! Partiti!
Al termine della frazione a nuoto spicca in testa lo Scozzese McFish, come del
resto era prevedibile, ma era solo l’inizio.
Con il susseguirsi delle prove, un ovale a due ruote raggiunse la testa, era il
Russo Spiralidov, seguito dai gemelli Olandesi Van der Tandem.
Una competizione dura ed avvincente, ricca di colpi di scena, uno fra tutti
però, infatti, sul palcoscenico mancava un protagonista.
Lui.
Al momento della partenza, ogni suo muscolo, ogni sua più piccola
parte del corpo, era divenuta di gesso.
La statua di se stesso.
Ciò che accadde in seguito, fu solo leggenda, epopea.
Uno scienziato, addirittura, ipotizzò che Antonio fosse stato così veloce, più
della luce, da arrivare prima della sua stessa partenza!
Quante parole, quante righe furono sprecate.
Nessuna cronaca però, non riportò mai, nemmeno un trafiletto, di una persona che
con gran foga, correva lungo la strada principale di Gra-namugnolo, con un
pettorale, alla ricerca di una piccola automobile bianca.
Niente ora l’avrebbe più fermato, fino all’arrivo del suo traguardo.
La gara più grande di tutti i tempi.