Premio di Narrativa "In viaggio con Michele" 2a Edizione
Il giorno 29 ottobre 2001, alle ore 21, si è riunita a Granarolo dell’Emilia, nella sede del G.S. Pasta Granarolo, la giuria del premio di narrativa "In viaggio con Michele", per un racconto a tema libero ispirato a esperienze di viaggio.
I componenti della giuria hanno deciso all’unanimità di assegnare il riconoscimento a:
Andrea Bartoli, per il racconto: "Monsieur Vèlo"
con la seguente motivazione:
"L’autore racconta, col ritmo dolce della favola antica, un viaggio che è introspezione e metafora, sogno e poesia. Il suo protagonista è un personaggio romanticamente naive, che con pensieri e azioni semplici accarezza i valori della vita: l’importanza delle radici, la felicità che non risiede mai nella gloria effimera, la necessità di raggiungere sempre i traguardi che contano, quelli dell’anima".
Nella discussione finale, la giuria ha fermato la sua attenzione anche suoi racconti:
"La molla " di Elena Fanti
"Il sogno" di Nadia Galli
Hanno ottenuto voti anche:
"Ernesto, un gentiluomo" di Walter Serafini
"Nikees" di Stefano Fornasari
"Un giorno lassù" di Sergio Amaducci
"Quando il sogno tocca il cielo…." di Luciano Borghesani
Hanno partecipato anche:
"Mare... mare profondo" di Alessandro Taddia
"La gara" di Rosalba Steccato
"Quel giorno c'ero anch'io" di Marino Bongiovanni
"Senza zanzare" di Fazio Goretti
"I miei primi 4000" di Giulia Andina
"Il mio segno zodiacale..." di Norma Sfrisio
La premiazione si è svolta la sera del sabato 10 Novembre 2001, nel corso della festa di chiusura della stagione agonistica 2000/01 del GS Pasta Granarolo, al Palazzo dello Sport di Granarolo dell'Emilia.
Per tutti era Monsieur Vélo, il suo vero
nome, nessuno lo ha mai saputo, e forse nemmeno lui.
Era un omino piccolo e dalla struttura esile, i tratti gentili e aveva una lunga
barba bianca che gli copriva il viso, tanto da rendere la sua età del tutto
indecifrabile.
Vestiva in modo alquanto singolare: rigoroso completo grigio fumo, camicia
bianca (pure lei ingrigita dal tempo), cravatta nera, un lungo pastrano che
quasi gli nascondeva i piedi e una bombetta per copricapo che gli donava un’aria
intellettuale degna di una cattedra universitaria.
Le scarpe invece, erano lo specchio del tempo passato, consumate e sdrucite
all’inverosimile, ma totalmente in sintonia con il personaggio.
Sembrava fosse vissuto da sempre, e i suoi modi affabili e rispettosi avevano
conquistato tutto il paese di Belgentier, un minuscolo centro abitato nel sud
della Francia.
Non aveva parenti, ne tantomeno riceveva visite, ma le attenzioni che mostrava
verso il prossimo, lasciavano intuire un bisogno di compagnia e di amore fuori
dal comune.
In verità, una compagna inseparabile divideva con lui le lunghe giornate nelle
vie del paese; era una vecchia "Gitane" color giallo appassito, che sembrava
aver attraversato i secoli.
La sua amica fraterna aveva i freni a stecca, il telaio scalfito dall’usura, e
il cambio…, no, quello no, troppo lusso.
Anche i coppertoni trasudavano d’antico, al punto che erano più le parti
rattoppate, che quelle ancora sane.
Ma non importava.
L’immagine di questo cavaliere senza tempo, in sella alla fidata bicicletta, era
la scena preferita dagli abitanti del sobborgo, e anzi, se passava giorno che
Monsieur Vélo non si facesse vivo, la preoccupazione si spargeva di casa in casa
e l’atmosfera del paesino ne risentiva immediatamente.
Qualche maligno diceva che il vecchio dalla lunga barba non fosse normale, che
avesse le rotelle fuori posto, in realtà era semplicemente una persona molto
ingenua e di una dolcezza tale da risultare spesso indifeso.
Ecco, indifeso e non matto, come qualcuno voleva farlo apparire.
Semmai originale, come quella volta che si mise in fila all’Ufficio Postale
assieme alla sua "Gitane", e non volle sentire ragioni.
<< Io di qui non mi muovo, quello che faccio io, lo fa anche lei >> esclamò.
Oppure, era cosa frequente vederlo seduto al tavolino della Caféteria vicino
alla "sua" fedele e l’immancabile "pastis" servito doppio, come se a consumarlo
partecipasse anche la bicicletta.
Già, il pastis, quella miscela di anice alcolico e acqua, fu la protagonista
dell’avventura che coinvolse il nostro personaggio.
Una sera, la simpatica macchietta e la sua impareggiabile amica, si lasciarono
andare a qualche bicchiere di troppo di pastis; il risultato fu uno stato di
allegria e loquacità a dir poco divertenti.
Lo spettacolo cui diede vita, fu degno dell’acquisto del biglietto d’ingresso;
quindi stanco e soddisfatto della serata si recò, come ogni notte, lungo il
torrente che costeggiava il paese, a portare personalmente la buonanotte ai
pesci che vi sguazzavano.
L’andatura in sella a "Gitane" non era delle più lineari, infatti dopo
l’ennesimo zigzagare, scivolò dall’argine del torrente, terminando il suo volo
con una capocciata tale da chiamare, di li a poco, una per una le stelle della
Via Lattea.
Di quanto tempo rimase li, esamine al suolo, nessuno fu in grado di riferire,
l’unica cosa certa è che al risveglio non ricordava niente, nulla più del paese,
della gente, del torrente, niente; raccolse la sua "Gitane" e imboccò quella
strada che mai prima aveva percorso nella sua vita, allontanandosi nel breve
spazio di un sospiro, dalle luci delle ultime case.
Strana la vita, in un attimo le abitudini e le certezze di sempre non esistono
più, si ricomincia daccapo e fu cosi anche per il nostro Monsieur Vélo.
Lui e la sua bicicletta, ancora una volta inseparabili, e questa, al momento,
era l’unica cosa sicura.
Iniziò un lungo peregrinare tra campagne, colline, attraversando fiumi, scalando
montagne e, a mano a mano che procedeva, il mondo gli si apriva innanzi, quel
mondo che lui non aveva mai visto ne toccato e che, appariva come un bel
quaderno bianco in attesa di memorie da scrivere.
Intanto l’intero paese era caduto in uno stato di depressione generale; la
scomparsa di Monsieur Vélo ebbe conseguenze inaspettate.
La gente non sorrideva più, a stento salutava, e l’ipotesi che per il dolcissimo
vecchietto fosse arrivata l’ora, prendeva sempre più corpo.
Serpeggiava ovunque una grande rassegnazione e la mancanza di radio, giornali e
di un qualsiasi mezzo di informazione, rendeva l’atmosfera ancor più
inquietante.
La purezza di Belgentier, per una volta, non si rivelò sufficiente.
Nel frattempo, in sella alla fedele "Gitane" e sempre privo di un qualsiasi
ricordo, giunse all’alba di un bellissimo mattino in una grande piazza, dove
centinaia di biciclette con altrettanti padroni dalle gambe inspiegabilmente
rasate, si preparavano per il via di una gara ciclistica.
Affascinato dai molteplici colori della carovana e contento per le amicizie che
avrebbe stretto la sua "Gitane", decise di aggregarsi al folto gruppo in odor di
partenza.
Subito l’andatura si fece vivace, scatti e controscatti in testa alla corsa, e
la disinvoltura con la quale Monsieur Vélo navigava nella pancia del plotone era
a dir poco sorprendente.
Facce stupite e sguardi allibiti nel vedere un rudimento di chissà quale secolo,
tenere testa a specialissime molto più attrezzate.
Il vecchietto era molto divertito dalla situazione che si era venuta a creare e
spesso si portava in cima al gruppone per far conoscere alla vecchia compagna
quelle nuove e giovani biciclette dai colori tanto accesi e vivaci.
Dopo molti chilometri trascorsi a velocità folle, la massa variopinta di atleti
affrontò un’interminabile e ripidissima salita.
La colonna sonora del gruppo fu all’istante l’armeggiare frenetico sui cambi;
l’unica eccezione riguardava Monsieur Vélo, che accarezzando la sua "Gitane",
sprovvista di tale marchingegno, sembrò rincuorarla a proseguire ugualmente.
Il plotone perdeva pezzi in continuazione, ciclisti stremati e alla deriva in
cerca di acqua e refrigerio, mentre in testa alla corsa una presenza insolita:
un vecchio in giacca e cravatta, che pareva uscito da una cerimonia della prima
comunione.
Prese subito un vantaggio abissale e, fra l’incredulità dei tantissimi tifosi
assiepati ai bordi della strada, terminò la tappa con quasi venti minuti di
vantaggio.
Mai si era assistito ad uno strapotere tanto marcato.
Appena tagliata la fettuccia d’arrivo, venne assalito da un nugolo di cronisti
per le interviste di rito, ma l’omino senza tempo non capi le tante attenzioni
rivolte alla sua persona.
Trascorso qualche minuto, venne recuperato da due avvenenti fanciulle e gli fu
infilata sopra il lungo pastrano una sgargiante maglia gialla.
Quindi fiori e applausi come se piovesse.
L’indomani mattina, ancora in compagnia della sua dolcissima amnesia, non seppe
resistere al richiamo delle tantissime biciclette che affollavano il piazzale
della ridente cittadina di alta montagna.
La processione di ciclisti chiamati a raccolta per complimentarsi con lui, fu
uno spettacolo molto divertente, anche se l’anziano eroe non capiva.
Come il giorno precedente la massa di corridori si lanciò a velocità sostenuta
verso una nuova ed estenuante prova, e fra tutti spiccava la maglia gialla che
fasciava il lungo pastrano.
Quel giorno andò in scena un vero e proprio show.
Monsieur Vélo, rimasto attardato a coccolare la sua "Gitane" un tantino
affaticata, iniziò una rimonta a dir poco sensazionale.
E lo fece da buon samaritano: aiutò un concorrente caduto in un fossato a
risalire in bici; quindi si fermò a distribuire acqua agli assetati ed infine
trainò lungo una durissima salita un corridore in difficoltà.
Un’autentica banca del mutuo soccorso.
Passati alcuni chilometri e, assicuratosi che tutti erano in condizioni
dignitose, si mise in posizione da passeggio e spronò la "Gitane" ad alzare
lievemente il ritmo.
Giunse all’arrivo della tappa di 380 Km in perfetta solitudine, e del resto del
plotone non vi era ancora traccia.
Monsieur Vélo, che nel frattempo si era affezionato alla maglia gialla, tanto da
dormirci anche la notte, rifiutò il nuovo simbolo del primato che due splendide
donzelle gli volevano consegnare.
Si prosegui per giorni e giorni sul filone di un film già visto: l’anziano
signore dalla lunga barba a dispensare aiuti e sostegni a quanti ne avessero
bisogno, e distacchi incolmabili ai traguardi di tutte le tappe.
Mancava ormai una sola frazione alla conclusione di questo giro; un mese di
girovagare che avrebbe portato la carovana in un luogo chiamato Campi Elisi,
situato in una città di nome Parigi.
L’intera Francia era pronta ad incoronare il suo re, il dominatore, colui che,
senza precedenti, aveva condotto dall’inizio alla fine, relegando il secondo in
classifica ad oltre 3 ore di distacco.
Ma c’era ancora una sorpresa in agguato.
Tutti i ciclisti in gara scelsero di scortare il loro benefattore ed
incontrastato padrone del vapore, per dimostrare che a quell’omino piccolo
piccolo dalla lunga barba, tutto il gruppo voleva bene.
Monsieur Vélo si nutriva di queste attenzioni e accarezzava la leale "Gitane",
quasi a condividere con lei la gioia del momento.
In quell’istante, un alito di vento alzò il lungo pastrano e lo fece scivolare
tra le razze della ruota di "Gitane".
L’omino venne catapultato in alto e l’impatto della testa nella ricaduta al
suolo fu tremendo.
L’intero plotone si fermò per soccorrerlo, e lui per tutta risposta si rialzò e
disse: <<Voglio tornare a Belgentier>>.
In un attimo ricordò tutto: il paese, la gente, il torrente e i tanti ciclisti
che lo attorniavano erano divenuti improvvisamente degli estranei.
Vani furono i tentativi di farlo ripartire, spiegargli quello che fino a quel
momento lui era stato capace di fare.
Arrivarono gli organizzatori, decantarono quella che sarebbe stata la sua
popolarità, i soldi che avrebbe guadagnato, la celebrità acquisita; in fondo
mancavano solo tre chilometri al termine del Giro di Francia.
Nessuno riusci a convincere Monsieur Vélo nel proseguire, la sua mente era
tornata lucida e presente; di quel successo e del prestigio, a lui, non
importava niente.
Pensava al suo paese, alla gente che aveva lasciato, ai pesci da mandare a
letto, di quella popolarità non sapeva che farsene.
Girò la fedele "Gitane" e imboccò quella strada che lo avrebbe riportato a
Belgentier.
Quella sera l’intera carovana del giro pianse a lungo.
Alle prime luci dell’alba, Monsieur Vélo, il signor bicicletta, vide in
lontananza l’amato paese, ancora qualche pedalata e tutto sarebbe tornato come
prima.
L’entrata in città, all’ora dell’aperitivo, fu trionfale; dapprima lo stupore si
stampò sulle facce degli abitanti di Belgentier, ma in seguito ci fu
un’esplosione di applausi, pianti e urla: questo era il successo che lui
cercava.
La sua gente, sentirsi amato e ricambiare affetto.
Solo questo.
Il ricordo di quell’incredibile avventura, era tutto nella maglia gialla che ora
abbelliva il lungo pastrano.
Bentornato Monsieur Vélo, quale fosse il suo nome vero nessuno lo ha mai saputo.
Avevo preso a frequentare con
cadenza mensile un pomeriggio culturale a Portomaggiore visitando le mostre di
pittura allestite a Palazzo GULINELLI .
Il treno mi portava alla stazione locale, poi di lì proseguivo a piedi tra i
caseggiati antichi e le nuove villette. Mi accompagnava, in quella passeggiata,
il cicalio di qualche coppia di passanti che si affrettava ad unirsi ai compagni
del pomeriggio che facevano capannello nella piazzetta tra il bar e la cabina
telefonica.
Nel silenzio del corridoio, che si dipanava su sale laterali e su un’ampia
scalinata a gomito, che saliva al piano lettura e biblioteca, il pieghevole in
mostra informava:
LUIGI QUAGGIA "NATURA E AMBIENTE"
Estasiata ed accaldata stavo per ammirare "il sogno" e in esso iniziavo a
prendere posto, In effetti, il primo dipinto era intitolato: "il sogno" e le
altre opere contornavano il perimetro della sala tracciando un profilo profondo
e delicato dell’immagine femminile e della natura, testimoniando che la natura,
nei suoi colori tenui o forti, vive e nutre la figura di donna.
Bastava voltare le spalle, dopo aver percorso il senso consigliato e, la fine
del sogno tornava ad essere inizio.
E sì, si poteva riprendere a sognare, almeno lì, in quell’antico edificio! E per
quante volte si desiderava.
Rapita, in quell’atmosfera, non mi accorsi della presenza di due visitatori,
scorrendo i bozzetti sul tavolo centrale della sala e, sollevando lo sguardo ai
due astanti, forse più per intolleranza verso due ombre che si muovevano nella
mia pace che per curiosità verso le persone, scorsi una somiglianza, che mi
parve eccessiva, con uno dei visitatori e un ritratto.
Poi, perché era titolato "il sogno" o perché era realtà, il signore non ritratto
mi si avvicinò; chiese un parere alla personale ed io obiettai:" E’ un sogno. E’
rappresentato un sogno e un percorso, il più naturale, ma per tante donne la
massima loro espressione".
Poi il dialogo ebbe fine. Io dovevo riprendere il treno, dovevo fare ritorno,
attraversando le campagne ferraresi, a Bologna.
Il signore si congratulò per avere intuito il mio trasporto e per avere
consacrato una porzione di pomeriggio a un interesse culturale, poi si presentò
: Luigi Quaggia.
Per un istante solo i suoi dipinti parlarono, ma in realtà già mi avevano
comunicato ciò che per questo signore era: nobile di animo e di cuore.
Quella nobiltà, che non è citata sui vocabolari o nelle monografie, e si leva
lieve ma intelligente e armoniosa come le note musicali.
Una stretta di mano come congedo e la ripresa del mio nome.
Uscii da quel palazzo vetusto dove non era nemmeno fondamentale chiudere gli
occhi per sognare e rivivevo la ricchezza di questo Pittore, attento alla donna,
alla forza della natura che aggrazia e appesantisce un corpo in un iniziale
tacito dialogo con la piccola creatura, e a ciò che un volto femminile può
esprimere, ma non solo esteticamente e, alla fusione tra la sua persona e la sua
arte che per effetto del tempo asciuga il colore in superficie, ma acquisisce
luminosità, propria della trasparenza del laminato plastico.
Profondamente turbata, seduta nel senso opposto di marcia del treno scrivevo,
scrivevo in versi di un sogno mio.
Con il corpo mi avvicinavo a Bologna e con la mente retrocedevo in provincia di
Ferrara; una trasposizione della mente e una scissione tra questa e il corpo.
Pochi giorni dopo, nella corrispondenza ricevetti un bouquet di fiori
primaverili come riconoscimento per quel breve scambio di parole.
L’estate trascorse con uno scambio epistolare e, come a volte accade senza una
ragione precisa, inviai anziché una missiva una poesia.
Scrissi di Bentivoglio, di Palazzo Rosso e dell’antico imbarcadero e di quel
paese, della Bassa Bolognese, come luogo di transito che vide ospiti illustri,
quali Lucrezia Borgia e Papa Giulio II°.
"…………………….e la taverna del cuore ha atteso due ambulanti, venditori di sogno e calunnia, l’ingresso è sbarrato, sono rifiutati, rincorrono il respiro puro, scelgono anche una greppia e la cometa li condurrà a un nuovo pianeta, forse lì T.V.B. non esisterà più, anzi l’imbarcadero è BenTiVoglio. Quando il fischio risuonò era tardi, troppo. La carrozza o il calesse era già partita liberando rumori di zoccoli sulla cavedagna ……………."
E, chissà, per quale
complesso e indescrivibile meccanismo di menzogne e di emozioni in versi, il
nero delle mie righe prese corpo nella sua arte.
Poco dopo lui mi rispose informandomi dell’ignaro mio spirito al completamento
dei suoi bozzetti per "L’Aminta" e il quarto centenario della morte del poeta
Torquato Tasso. Chissà, poi, un Pittore di adozione ferrarese rendeva
significativa la incerta Corte di Ferrara a un’anima quale Torquato Tasso !
Il sogno ritornava. Un sogno passato, ora diveniva arte, opera documentata e
presentata a Mosca due autunni fa.
Giochi, intrighi di tempi sconosciuti; di tragedie di altre epoche, ma come più
spesso, il tempo è solo una nota che può essere verificata, ma in quel mentre
tanti accadimenti, convulsi o lenti, si susseguono.
La complicità tra le nostre mani, io in nero, lui in colori, continua, si
rafforza e annulla le distanze e ancora una volta il tempo.
Poi a Natale un dono: i bozzetti e la pastorale. E una dedica: "Alla mia
carissima amica; un ringraziamento per avermi fatto vivere un sogno
meraviglioso. LUIGI".
Il sogno è comune, è di entrambi. Esiste sul filo del telefono, tra le dita del
portalettere, si anima nei silenzi che comportano il rispetto di un’altra. A
volte io sono una domanda, lui è una risposta oppure viceversa.
Lui ha saputo maritare la musica (sua passione iniziale) con la pittura su
materiale plastico, lui ha saputo essere l’artefice di quel sogno visto, vissuto
e mai finito.
Domani, senza tempo, un trillo, domani una busta patinata e riconoscerò la sua
presenza; sarà un nuovo tocco di colori e, se il mio sfondo sarà incupito o,
graviteranno in esso nuvole minacciose, lui musicando i colori, farà trasparire
il cielo.