Premio di Narrativa "In viaggio con Michele" 1a Edizione
Il giorno 4 novembre 2000, alle ore 14, si è riunita a Granarolo dell'Emilia, nella sede del GS Pasta Granarolo, la giuria del Premio di narrativa "In Viaggio con Michele", per un racconto a tema libero ispirato a esperienze di viaggio.
I componenti della giuria hanno deciso all'unanimità di assegnare il riconoscimento a:
Andrea Bartoli con il racconto "La gara che non c'è"
Con la seguente motivazione:
"L'autore ha sviluppato un'idea assolutamente originale con senso del ritmo e abilità narrativa, mettendo in luce con un racconto che coinvolge ed emoziona il senso vero dell'avventura sportiva, che è sfida con sè stessi, ricerca dei propri limiti prima ancora che mera competizione. Un viaggio, quello del protagonista, che è ricerca introspettiva e, in fondo, metafora del vivere".
Nella discussione finale, la giuria ha fermato la sua attenzione anche sui seguenti racconti :
"Chi creten" di Stefano Fornasari
"Un giorno a Venezia" di Sergio Amaducci
Hanno ottenuto voti anche :
" In viagio con Michele" di Aurelio Del Sordo
"4M" di Fazio Goretti
"Quadretto scozzese" di Paola Padalin Mattei
"Lunedì, 26 giugno 2000" di Francesco Zane
Hanno partecipato anche:
"Un'esperienza indimenticabile" di Marino Bongiovanni
"Un giorno super" di Stefano Morini
"Un messaggio per tutti" di Elisabetta Acquarulo
"Un sogno diventato realtà" di Claudio Vecchi
"Io corro" di Manuela Salici
"Vacanze 2000" di Monica Petrucci
La premiazione è stata effettuata la sera del sabato 18 Novembre 2000, nel corso della festa di chiusura della stagione agonistica 1999/2000 del GS Pasta Granarolo, al Palazzo dello Sport di Granarolo dell'Emilia.
Può succedere anche questo.
Mesi di sacrifici e rinunce, di test e allenamenti , lunghi periodi passati in
solitudine alla ricerca di quella concentrazione e convinzione che lo portasse
ad abbattere quel fatidico muro , del tutto personale , delle nove ore.
Perché era questo che Jack si era prefissato fin dall’anno prima e non aveva
lesinato impegno ed energie nel raggiungimento dello scopo.
Le nove ore sarebbero il tempo da infrangere per percorrere quattro chilometri
nel gelido mare di Aquazul , centottanta chilometri in sella ad una bicicletta
su e giù per le arroventate strade di San Isidro ed infine i quarantadue
chilometri di corsa che già da soli farebbero perdere la testa ad un qualsiasi
uomo normale.
Ma Jack era qualcosa di diverso , un misto di determinazione e accanimento , una
macchina di rigore e disciplina che sfuggiva ad un qualsiasi disegno conosciuto.
Una sfida a se stesso , la vita ne è piena.
Quante volte aveva immaginato il giorno della gara durante le interminabili ore
di allenamenti solitari ; e in quante altre innumerevoli occasioni aveva stilato
ogni riferimento e passaggio per arrivare alla meta.
Ma chissà cosa nella sua testa non aveva funzionato , o meglio come si può
scambiare il giorno tanto sognato con una normalissima domenica per gitanti ?
Può succedere anche questo.
Jack , infatti , si recò di buon’ora la domenica mattina al ritrovo della
competizione con quella eccitazione ed ebbrezza che solo un bambino al luna park
può provare; già si pregustava quei momenti che precedono la partenza , la
preparazione della bicicletta , il posizionamento degli indumenti da gara e
quelle quattro chiacchiere ben auguranti che ogni atleta si scambia alla vigilia
di ogni inizio.
Ma tutto questo per Jack sembrò esser stato spazzato via da un tornado , ogni
emozione e sensazione in un attimo fu cancellata , un brivido gelido gli scese
lungo la schiena.
Ma perché ?
La gara non c’era più , o per dirla più precisamente era stata disputata il
giorno prima , di sabato , e Jack non se lo era ricordato o ancora peggio lo
aveva dimenticato.
Quel maledetto volantino di " errata corrige " che anticipava di un giorno la
gara era stato trattato alla stregua di un foglio di estratto conto spedito
dalla banca o di una semplice pubblicità di arredo mobile.
La disperazione si impossessò dell’anima di Jack , per un attimo nella sua mente
passò il film di un intero anno ; giorni e giorni trascorsi a faticare , sudore
e rinunce , tutto vanificato per un’innocente dimenticanza.
Che fare ?
Il morale ormai non esisteva più , l’uomo era distrutto , la testa fra le mani ,
lo sguardo perso nel vuoto.
C’erano gli elementi per sparire e non esistere più , ma non per Jack che in una
frazione di secondo partori’ l’idea geniale , la gara si farà ugualmente.
Con una forza d’animo che appartiene solo a pochi eletti , Jack fece finta di
niente ed iniziò a considerare tutto come se ci fossero le condizioni della gara
vera.
In pochi minuti guadagnò la strada che portava al mare pronto a tuffarsi nelle
acque increspate dell’oceano.
Posizionò quindi la fedele bicicletta sul porticciolo fra l’indifferenza dei
pochi distratti presenti e per terminare le operazioni predispose gli indumenti
asciutti per affrontare poi la lunga ed estenuante pedalata.
Jack ora sapeva che lo aspettavano tante ore di sofferenza senza avere nessun
riferimento con gli avversari ne tantomeno un minimo incitamento , che solo chi
pratica sport sa , sta all’atleta come la panna montata sta sulle fragole.
Dunque via si parte , un tuffo nel mare e questa stralunata avventura ebbe
inizio.
Nella testa di Jack era ben impressa la tabella e i tempi da rispettare per
ottenere il risultato prefissato.
Il primo ostacolo da superare era la prova di nuoto , notoriamente la disciplina
più avversa alle caratteristiche di Jack ; questi quattro chilometri in mare
aperto sarebbero dovuti essere coperti in almeno un’ora e quindi il nostro
impavido eroe fin dalle prime bracciate non lesinò nessuna energia.
Ma come cercare un incoraggiamento nel nulla , una spinta a dare di più ; Jack
scavò nel suo inconscio per tentare di moltiplicare le forze e intanto solcava
le acque come una nave taglia le onde per raggiungere il porto successivo.
E intanto i chilometri passavano tra barche di pescatori increduli e pesci che
cedevano il passo a questo sommergibile umano che avanzava senza soste.
Questa è fatta !
Cinquantanove minuti il tempo ottenuto , ogni più rosea previsione era stata
rispettata , il porticciolo di San Isidro , attendeva Jack per spingerlo verso
la seconda prova , la più lunga , centottanta chilometri in bicicletta che ti
svuotano e prosciugano di ogni risorsa.
Dopo il cambio affrontato sotto lo sguardo stupito di qualche bagnante , Jack
inforcò la sua specialissima e si diresse verso le montagne appuntite che
circondavano il sobborgo messicano.
Effettuate poche pedalate si accorse che la gamba non girava come avrebbe voluto
, il gesto gli risultava pesante ed era un continuo litigare con il cambio per
cercare il rapporto che gli consentisse di acquisire il ritmo giusto.
Jack si scompose un attimo e per un istante pensò che tutto stesse per finire;
forse aveva abusato troppo nell’acqua e ora il conto gli veniva presentato
inesorabile.
Mentre il sogno stava per tramontare , lungo un’impietosa erta bruciata dal sole
, un’anziana signora sull’uscio di casa intenta a pulire in una vasca piena
d’acqua chissà quale razza di pesce , rivolse all’esausto Jack un semplice " dai
forza".
Queste parole ebbero l’effetto di un detonatore e come d’incanto le gambe di
Jack presero a mulinare ad un ritmo da fare invidia all’orchestra di Vienna
durante il concerto di Capodanno.
I chilometri ora passavano rapidi e veloci , l’atleta e la bicicletta erano
un’unica cosa , un connubio di potenza e stile uniti nel conseguimento di un
obiettivo memorabile.
Dopo cinque ore esatte di spinte sui pedali Jack ritornò al porticciolo da dove
era partito consapevole che l’impresa stava assumendo contorni molto
interessanti.
Rimaneva ora la terza prova , la più ardua , sia per la stanchezza accumulata
dalle due precedenti sia perché correre quarantadue chilometri con il sole a
picco basterebbe già di per sé a far desistere la maggior parte degli esseri
umani dotati di un minimo di ragione.
Ma Jack era come un purosangue impazzito e da domare , posò la bicicletta
accanto ad un muretto , si infilò le fedelissime da " running " e prese a
correre cosciente che stava per entrare in un caldissimo maledetto inferno.
A parte le forze ormai ridotte al lumicino , bisognava fare i conti con i
rifornimenti idrici che in una gara normale sono presenti ma in quella personale
di Jack erano tutti da inventare.
Dopo un’ora e trenta minuti di corsa Jack era quasi disidratato , il suo passo
stava inesorabilmente scemando e se non avesse bevuto di li a poco avrebbe
rischiato certamente guai molto seri.
Come in ogni film a lieto fine ecco il miracolo , un omone di mezza età in
escursione domenicale vide passare Jack e incrociando il suo sguardo senza
bisogno di alcuna parola gli porse la borraccia termica che portava al collo.
A mano a mano che l’acqua entrava nel corpo di Jack , il suo viso rifioriva e
con lui anche il resto del fisico ; la corsa ora riprese fluida e vigorosa e
pure il morale acquisiva impulso come se il fluido ingerito avesse fatto
rinascere un uomo nuovo.
Jack vide in lontananza il fidato porticciolo avvicinarsi , ancora qualche
centinaio di metri che sembrava eterno ma che doveva essere percorso per rendere
veritiera la prova fino al termine.
E’ finita , due ore e cinquantotto minuti per percorrere l’estenuante terza
prova e il totale rapidamente andava prendendo forma nella mente di Jack come
una calcolatrice sentenzia sul display il risultato di un conteggio.
Meraviglioso , otto ore e cinquantasette minuti , il sogno si era avverato ,
l’emozione provocò un lungo fremito sul corpo di Jack trasmettendogli tutto
l’orgoglio di cui era capace.
Era un record non scritto , non registrato , rimaneva solo nella sua memoria ,
la più importante ed apparteneva solo a lui.
Può succedere anche questo.
Tardo pomeriggio e la punta
del campanile punge il sole.
Dal bar centrale l’odore di caffè domina l’aria e, a respirarlo, difronte alla
vetrata, vi sono due figure, non più giovani che spesso si trovano lì a
commentare gli avvenimenti del giorno.
-“Csaiè in cù? Cusela totta cla zant?”-
-“Mo, an sò brisa, al srà onna coursa di chi pudesta.”-
-“A se se.”-
-“Ai vol propri onna bella voiià, dim te se alla sira ian d’ander a fer dla
fadiga!”-
-“Par me ien di creten…”-
L’aria è fresca e pronta a tuffarsi dentro i polmoni di tutti.
Passata la siepe, quando si è ormai distanti dal gruppetto di case in
lontananza, qualche goccia di fatica, scivola già via sul volto.
Le gambe corrono, il tempo passa e la mente corre anche lei….
Una corsa tra i pensieri, ogni curva, ogni albero, ogni cartello è un ricordo,
che si raggiunge e si conquista, per poi portarselo via con se.
Quanti sogni, quante idee, che passo dopo passo si materializzano davanti agli
occhi, per poi volare via ad ogni respiro, ormai un po’ ansimante.
Qualcuno si affianca e poi cede, qualcuno ti supera e ti distacca, altri ti
salutano, ma la strada è ancora lunga.
C’è una salita, la fatica si fa sentire, diventa dura, i piedi rallentano e i
battiti cominciano un rullio.
Un coro di sbuffi, fa da contorno alla scena, come montata su un palcoscenico.
Manca poco, un ultimo sforzo, la cima, il piano è lì e finalmente, la corsa
può continuare, il peggio è passato.
E’ bello sentire i battiti pulsare, lentamente e diffonderti la pace che
portano con se.
Ora la strada è liscia e ben asfaltata, le scarpe provano piacere
nell’accarezzarla, mentre si stende lunghissima, fra file di pioppi, che
trattengono a stento i raggi del sole, che furtivo, ti guarda tra un tronco e
l’altro.
Il cuore batte e lo senti in tutto il corpo, anzi neppure lui c’è più….
Il tuo cuore batte nell’aria, che i tuoi polmoni assaporano istante dopo
istante, batte nel suolo che calpesti, nella collina verde, nell’armonia che
ti circonda.
Tu non ci sei più, perché tutto fa parte di te.
Immergi per un attimo i tuoi occhi, il tuo io, in immensi mari dorati di
grano, che ti avvolgono a perdita d’occhio.
La fresca mano del vento ti accarezza e sfiora ogni cosa, con il profumo
pungente delle spighe mature.
Per un attimo, per un attimo soltanto, il tempo stanco di correre, rallenta e
si ferma, per guardare quelle due colline abbracciarsi e con loro un sole
stanco e rosso, che si addormenta fra il loro cullare.
Le distese dorate, che si perdono all’orizzonte, sono attraversate da folletti
invisibili, che si ricorrono l’un l’altro, fra le onde che solcano questo mare
giallo splendente.
Ogni onda si abbatte dentro di te e accende un fuoco che divampa ovunque, vivo
e incandescente.
Un ultimo istante e scompare…
In alto il cielo è ancora azzurro e limpido, ma laggiù, lontano lontano, fra
qualche nuvola, un occhio furbo e curioso di luna, osserva e attende il
momento per gettare una manciata di stelle.
Il cuore batte ancora e il sentiero è sempre lì.
Ormai c’è l’arrivo, molti vi sono già da tempo, altri corrono ancora, ma non è
finita.
La corsa, continua sempre, non finisce mai, perché altri la continuano.
Ciò che è vissuto, provato assaporato è un testimone, o meglio una fiaccola,
che viene passata di mano in mano, di battito in battito.
Una sensazione forte e rassicurante, dolce ed emozionante, una scossa di
vitalità, che si annida in te e non è mai sazia e doma di lottare, combattere
e di farti sentire parte di tutto ciò che è vivo e vuole vivere a dispetto di
tutto.
-“Socmel, ien arivè…. Vacca boia sien stralunè…”-
-“Tè rason, valà chi feven mei a ster a cà sò… valà!”-
-“ Se se, par me ien propri di creten!”-
Chi creten, abbandonano la piazza, ormai invasa dalla luce dei lampioni, per
non far si che non venga inghiottita dalla notte, ma al sorgere la corsa
continua, salita discesa, che sia, come la vita, passa dopo passo, passo dopo
passo…
Venezia in un giorno d’estate, il silenzio ci avvolge. Dal finestrino del
pullman scorgo gli innumerevoli colori dell’alba che si disperdono nel
cielo, illuminando il mattino. Venezia ci aspetta.
Oggi un gruppo di persone non ha voluto mancare: una gara podistica che per
noi non è come tutte le altre, ha un profondo significato. Questa gara ci
ricorda l’amico che è nato e vissuto qui e che ora riposa in essa. Tutti
abbiamo voluto essere presenti a questo avvenimento sportivo nella sua
città.
Il tempo scorre veloce, il cielo va a poco a poco rabbuiandosi, coperto da
una leggera foschia che mi rende estremamente triste ma sono comunque felice
di essere qui, oggi.
Mentre siamo sul vaporetto osservo incantato le case, le strade, i canali,
cerco di immaginare le difficoltà di un giovane atleta, innamorato dello
sport, che si allena a Venezia.
Piano piano ci stiamo addentrando nel cuore della città, la nebbia si dirada
e appare un debole sole. La mia mente è piena di ricordi: il nostro primo
incontro, i racconti di un ragazzo che ha vissuto lo sport, un mondo così
pieno di sacrifici ma anche di innumerevoli soddisfazioni, il Triathlon, la
sua passione, le mie domande e la mia voglia di conoscere.
La sua forte presenza mi accompagna mentre attracchiamo all’isola dove si
svolgerà la gara.
Davanti a me tanti atleti, tutti intenti negli ultimi preparativi prima
della partenza. Un po’ distanti dalla folla scorgo i parenti di Michele e
suo fratello che, per l’occasione, indosserà i colori del nostro gruppo,
così cari al nostro amico. Con grande orgoglio mi accorgo che siamo il
gruppo più numeroso.
Ed ecco la partenza, i primi passi, le prime sensazioni, la voglia di fare
una grande gara mi accompagnano attraverso le strade sterrate, circondate da
rumore alcuno. Il paesaggio è molto bello: da un lato il mare e dall’altro
il bosco, i campi coltivati pieni di ortaggi; scoprirò più tardi che l’isola
un tempo era l’orto di Venezia.
Silenzio.
Mentre corro mi accompagna solo il rumore dei miei passi e il respiro che
comincia a farsi affannoso, devo rallentare. Improvvisamente mi accorgo di
non essere solo, come pensavo, ma assieme ad alcuni compagni. Seguo il loro
ritmo ma la fatica comincia a farsi sentire, c’è molta umidità nell’aria.
Ai bordi della strada alcuni ragazzi mi incitano, mi spronano a continuare,
ormai sono vicino alla borgata. Le campane della chiesa suonano a festa: si
sta celebrando un matrimonio e mentre passo gli sposi escono in strada.
Ormai la gara è quasi finita, sono stanco ma il pensiero di portarla a
termine nel migliore dei modi mi fa andare avanti. Arrivo stanco ma felice.
Ora, dopo il grande sforzo, mi sento sereno, come in pace, riesco a
riflettere e a pensare.
La morte è un evento doloroso ma naturale che ognuno di noi sa di trovare
nel proprio cammino. Io, come tanti, la immagino lontana, quasi inesistente,
ma quando colpisce qualcuno che ti è vicino senti che ti raggiunge, ti
sfiora e ti ruba come una parte di te. Ti ricorda che sei come tutti e che
sei molto fortunato se ancora puoi gioire della vita.
Il tempo passa veloce, condizionato da tutto e da tutti, senza accorgercene
è l’ora del ritorno. A volte sento il bisogno di fermare il tempo per
assaporare e non dimenticare mai ogni momento. Tutto sembra così breve.
Conoscevo Venezia come tutti quelli che ci sono andati da turisti, per un
giorno, ma ora una parte di essa è come se fosse diventata mia.
Ci imbarchiamo, non avrei mai voluto la fine di questo giorno, è come se
essere nel luogo in cui ha vissuto, ha corso, mi facesse sentire più vicino
a lui. Ora che sono qui, non vorrei andarmene.
Mentre ci allontaniamo scorgo un’isola. Sembra avvolta da un’immensa pace e
tranquillità: è lì che riposa Michele. Rivivo gli attimi in cui parlavamo e
ci scambiavamo impressioni sulle esperienze sportive ma anche sui fatti di
tutti i giorni.
Con la mente lo saluto mentre un dolce ricordo riposa nel mio cuore.