Premio di Narrativa "In viaggio con Michele" 11a Edizione
Il giorno 29 dicembre 2010 i componenti della giuria del premio "In viaggio con Michele", per un racconto a tema libero ispirato a esperienze di viaggio, hanno deciso di assegnare il riconoscimento per l'edizione 2010 a
Christian VERARDI, per il racconto "Il lancio del bambino"
con la seguente motivazione:
"Un semplice gioco, antico come la vita. Un uomo e un bambino, padre e figlio. Dai gesti semplici, ripetitivi ma mai uguali di quel passatempo, scaturisce il bilancio di una vita di grandi sogni mai realizzati. L'uomo ha davanti il suo passato, che non può più cambiare. Ma nello stesso attimo il futuro si affaccia al suo sguardo, con la voce e con gli occhi di quel figlio. Che è la sua conquista più bella. Il sogno davvero realizzato”
Nella discussione finale, la giuria ha fermato la sua attenzione anche sui racconti
"Fango, pietre e facce da galera" di Silvano Verni
"Fiume Ghiacciato" di Stefano Cavallini
"Born to be wild" di Michele Romagnoli
Segnalazione speciale per il racconto
"Il cappotto" di Orianna Musiani
La premiazione dell'iniziativa sarà effettuata alle ore 10,30 di sabato 8 gennaio 2010, nella Biblioteca Comunale di Granarolo dell’Emilia.
La giuria
Marco Tarozzi (presidente)
Rosanna Bonafede
Alessandro Gallo
Elisa Gamalero
Sabrina Lionelli
Fabrizio Pini (segretario)
Tutti i racconti:
"La maglia nero azzurra” di Stefano Bandini, Bologna
"La leggenda della Madonnina della valle" di Marino Bongiovanni, San Giovanni in Persiceto
"Viaggio nella natura" di Massimo Rizzoli, Granarolo dell'Emilia
"Born to be wild” di Michele Romagnoli, Granarolo dell'Emilia
"Fango, pietre e facce da galera" di Silvano Verni, Medicina
"Il lancio del bambino" di Christian Verardi, Porretta Terme
"Iaidò" di Stefano Marino Fransoni, Bologna
"Una famiglia con la passione dello sport" di Paola Fortini, Bologna
"Valle Aurina" di Alicia del Pilar Villagarcia, Quarto Inferiore
"Da Nizza a Sidney..." di Piero Tabarroni, Bologna
"Una gara difficilissima" di Valter Serafini, Granarolo dell'Emilia
“Una sola cosa” di Stefano Fornasari, Modena
“Fiume-Ghiacciato" di Stefano Cavallini, Granarolo dell'Emilia
“Il black-out" di Selena Iacaroni, Granarolo dll'Emilia
“Ora o mai più" di Alessandro Pandolfini, Granarolo dell'Emilia
“Una vita in viaggio” di Maria Rossi, Granarolo dell'Emilia
“Viaggio in prima classe" di Antonella Grossi, Lovoleto
“Briciola" di Amelia Melotti, Quarto Inferiore
“Il cappotto" di Orianna Musiani, Bologna
“Un tempo” di Elda Musiani, Lovoleto
“Il nostro matrimonio: unione di culture" di Roberta Gilioli, Lovoleto
“La scelta" di Angela Casali, Lovoleto
“Dialogo e monologo” di Walter Galli, Lovoleto
“Cerca la strada" di Nadia Galli, Lovoleto
I racconti della sezione ragazzi:
“Una rosa per poterti amare" di Alice Marino Fransoni, Bologna
“Lo sport che fa per me" di Lorenzo Marino Fransoni, Bologna
“Uno scoiattolo perduto” e “E' arrivato un fratellino” di Samuele Sforza, Lovoleto
Continuate a trovare un attimo della vostra vita per la scrittura. Perché scrivere è viaggio, avventura, vita, è memoria che riaffiora e aiuta ad affrontare il domani. Perché in fondo al viaggio c'è sempre un traguardo da raggiungere e un attimo da ricordare.
Arrivederci all'edizione 2011
Il lancio del bambino
Pluf.
La pietra lanciata dal bambino infrange il silenzio sbilenco dopo il tramonto e
la superficie intonsa del lago. Ha seguito nell’aria una curva esageratamente
arcuata, lanciata dal basso verso l’alto. Una curva infantile.
Sono due sagome scure, i colori se li è portati via il sole assieme alla luce ed
al caldo soffocante di mezza estate. Un uomo ed un bambino che gli arriva appena
alla vita. Suo figlio.
Pluf.
Altro sasso, altra curva verso l’alto, altro infrangersi. Cinque, sette, dieci
cerchi nascono e si propagano uno dentro l’altro. Si direbbe con affetto.
Il bambino sorride. Il suo sorriso è una lama di denti scalcinati ma puri,
bianchi, e si staglia nella luce livida che avvolge il catino naturale di sassi
levigati.
Il bambino chiede al padre di tirare: “ Fai il tuo record, papà”. Lui si china
un poco ed inizia a camminare così, poggiando le mani sulle ginocchia, alla
ricerca della pietra giusta.
Poco distante una coppia di pedalò ondeggia sorniona accanto alla boa, un
piccolo catamarano sembra stoccare il colpo vincente infilzando l’acqua con il
suo albero, esile ed in perfetto perpendicolo.
Pluf.
Il bambino lancia sassi in continuazione. Vanno a schiantarsi ad un paio di
metri da riva, quando va bene. Ride felice.
Poco dopo anche l’uomo si alza. Stringe fra le dita un piccola pietra piatta,
perfettamente piatta. Sembra essersi staccata apposta da una più grande per
fornirgli il materiale giusto per fare un ottimo lancio. Il bambino ora si ferma
con la sua ennesima pietra in mano. E’ sporca di terra, di vita. La lascia
penzolare lungo il fianco spostando tutta l’attenzione sul padre. “ Fai il
record papà!”
L’uomo si avvicina a riva, flette gambe e busto, stringe fra indice e pollice la
pietra piatta, la pietra perfetta.
Lancia. Un rimbalzo. Due. Tre. Forse quattro. Se il quinto è stato fagocitato in
quel tonfo lontano, esile, senza sconti. Anche le luci del tramonto iniziano a
sfumare via, senza che nessuno ne conti i rimbalzi.
“Bravo papà. Tira ancora dai” dice il bambino con candore, ed intanto lancia
ancora. Sasso che sale, Sasso che scende, pluf.
L’uomo si è reso conto da subito che il suo lancio è stato veramente scarso.
Molto scarso, già. Quante volte l’avrà fatto il gioco del piattello da piccolo?
Cento? Mille?
Si piega ancora, alla ricerca di un altro sasso idoneo. Questa volta fatica a
trovare una pietra decente, eppure lungo il periplo del lago ci sono solamente
sassi.
A testa bassa, solleva qualche pietra e altrettante ne scarta: troppo tonde,
troppo alte, troppo piccole, troppo tutto. La fanghiglia del lago gli appiccica
le dita, mette a repenta-glio il candore dei suoi bermuda.
Pluf, ancora e sempre pluf.
Si volta, ancora chino tra i sassi levigati che bordano lo specchio d’acqua reso
sempre più metallescente dalla notte incombente, e osserva suo figlio.
Giocoso, libero, felice. Scevro da ogni pensiero lancia pietre ininterrottamente
e gode nel sentirle sprofondare con un tonfo sordo a pochi metri da lui,
spandendo cerchi concentrici sulla superficie. Guarda quei lanci approssimativi,
quasi senza senso, portatori sani di spensieratezza. Sente sgorgare una stilla
di paterna invidia proprio laggiù, nel profondo intrico di corde vocali che
vorrebbero partorire un “ Arrivo eh!” ma abortiscono deglutendo un bolo di
saliva amara.
Torna ad accovacciarsi alla ricerca di una pietra che faccia al caso suo. Poco
più in là si sente la timida risacca del lago cacciarsi dentro gli scafi del
pedalò, quasi ad amplificare una voce che non potrà mai essere come quella del
mare. Una moto romba lontana, por-tandosi via le ultime gocce di luce naturale
prima dello scroscio di watt dei lampioni che si perdono lungo la strada.
Mentre l’uomo fatica a trovare la pietra giusta, il bambino continua dissoluto i
suoi lanci. L’uomo coglie solo pietre poco adatte e non può fare a meno di
pensare a quante scelte sbagliate, o comunque di una perfettibilità mai
raggiunta per pigrizia o incapacità, ha sollevato nei quarant’anni che gli si
adagiano addosso tenendo per mano ciuffi di capelli bianchi. Quante ne ha colte
e lanciate! Soliti tre o quattro rimbalzi. Il quinto forse non l’hanno mai
raggiunto. Tre o quattro rimbalzi illusori che hanno sempre sfrecciato verso
l’orizzonte per poi inabissarsi sistematicamente nella mediocrità.
Si volta un attimo, forse per controllare il figlio. Il bambino lancia. Ancora.
Ed ancora. La pietra sale per un po’ verso il cielo tumefatto poi s’incanala
nella sua stretta parabola discendente e perfora la superficie dell’acqua.
Fragore ovattato. Fruscio di vestiti in co-tone leggero. Piccoli rami e radici
galleggiano muti, quasi concentrati nella loro forma tornita datagli dal lavoro
delle acque e del tempo. Ancora chino, sedere poggiato sui talloni, l’uomo si
perde nel galleggiare dei suoi sogni da adolescente, portati a riva dal tempo
senza nemmeno accorgersene. Li vede lì davanti a sé, in fila, torniti e
levigati, privati anche della corteccia di incoscienza che li proteggeva dalla
mancata comprensione degli adulti di allora. Quasi li può toccare ma gli sono
estranei. C’è sempre stato qualcosa, qualcuno, qualche dio o chi per lui a
spolpare per primo il legnetto, rendendolo perfetto per una composizione
floreale, per una natura morta.
Sempre pietre sbagliate, sempre legnetti sbagliati.
“Allora, tiri o no?”. Il figlio reclama l’attenzione del padre, spostatasi dal
lago alla sua pozzanghera personale.
“Arrivo, arrivo”. Lo dice ma non lo pensa. Sa che ha strisciato per anni
pensando di camminare, a volte di correre. Sa che ha realizzato solo sogni di
rincalzo: quelli veri, genuini, quelli che gli altri sono riusciti nel bene o
nel male a raggiungere, lui li ha solo sfiorati. Sono sprofondati nella sua
pozzanghera d’acqua stagnante assieme alle scelte sbagliate. Tre o quattro
rimbalzi sulla vita, poi giù nell’oblio delle mancate opportunità, delle scarse
capacità.
“Eccomi, ora arrivo” ripete ancora mentre raccoglie un sasso qualsiasi. Lo
sguardo è già lontano, forse oltre la sponda opposta, oltre le montagne e l’alba
che arriverà fra ore e ore, oltre gli anni che lo aspettano senza dichiararsi né
quanti né come saranno.
Cammina verso quel figlio adorato, unico vero rimbalzo imperioso, lanciato a
tutta verso la superficie della vita, in attesa di vederlo svettare verso
l’infinito del suo amore. Lo vede. Ha un piede poggiato su una pietra grossa
quasi quanto lui, l’ennesimo sasso pronto per il lancio fra le mani, un sorriso
candido a scavare un solco tra la penombra di grafite che lo avvolge. Si staglia
piccolo e esile sull’immensità metallica del lago, in controluce rispetto ai
lampioni che si perdono fiochi lungo la sponda di fronte.
Lo guarda e si ricorda del sasso che ha raccolto poco prima con sufficienza. Lo
mostra al figlio che annuisce lasciando parlare, ancora una volta, il suo
sorriso un po’ sdentato. Mostrandola si rende conto di che razza di pietra ha
raccolto. Grossa, troppo grossa, vagamente sferica, senza nemmeno un piccolo
anche se inutile lato piatto. Per di più è resa viscida dalla fanghiglia che la
imbratta su buona parte della superficie. “ Non rimbalzerà mai” forse lo dice,
forse lo pensa.
Si avvicina al figlio caracollando sopra le grosse pietre della riva. Quando gli
è di fianco il bambino si posiziona in direzione del lago. Il silenzio della
notte è sporco dei suoi stessi rumori, le cicale continuano a giganteggiare tra
le frasche incuranti dell’imbrunire, la brezza fruscia tra i capelli e i
vestiti.
Di colpo il lago è un’enorme cassa di risonanza che amplifica suoni e
intuizioni.
Il bambino volta il suo immancabile sorriso verso il padre: “ Guarda come si fa”
gli dice. Le sue piccole mani accompagnano il volo della pietra verso la luna.
Un po’ l’accarezzano, un po’ la respingono. La pietra sale, sale, sale.
S’inerpica in quella penombra truccata da buio che bagna tutto. Poi raggiunge
l’apice, il culmine della sua parabola. Per un attimo all’uomo pare si fermi, in
stallo, leggera. Il bambino la guarda, da sotto in su. Fiero del suo lancio,
comunque vada. I denti da latte sovrastano il labbro inferiore con una serenità
spiazzante. Parabola discendente. Ora la pietra sembra accelerare, una rincorsa
inconsapevole prima dell’impatto. Gli occhi del bambino e quelli dell’uomo la
seguono all’unisono negli ultimi trepidanti istanti di volo.
Pluf.
Piccoli schizzi piovono un po’ ovunque, sulle gambe, sui bermuda candidi, sulle
labbra appena dischiuse del bambino, sulle mani appena serrate del padre.
Per un attimo la pietra scava un solco sotto la superficie dell’acqua. Poi
d’incanto, come nuovi sogni, fioriscono decine di cerchi concentrici.
La luna traccia una timida mezzeria sulla superficie del lago, sfrangiando via i
deboli coni di luce riflessa dei lampioni.
Il bambino guarda incantato quel moto apparentemente perpetuo che nasce dal
punto dove si è inabissata la pietra.
Non s’accorge che il padre lo osserva con occhi nuovi.
In quel lancio balordo, in quel metro e spiccioli d’altezza, in quel sorriso
d’innocenza, in quel sasso poco adatto, l’uomo ha letto tutto quello che non era
riuscito a leggere sino ad ora.
“Ora provo io” dice al bambino, gustando sulle labbra il piccante gusto della
soddisfazione. Il figlio lo guarda divertito.
L’uomo divarica leggermente le gambe. Stringe la grossa pietra tra le mani e la
fa oscillare avanti e indietro un po’ di volte, a caricare un tiro che pare
voglia essere da primato.
“Vuoi fare il record, papà?”
“ Lo farò”.
Inspira con vigore, inarca la schiena in modo innaturale, piega il capo verso il
basso quando la grossa pietra è nel punto più vicino a terra, il punto più
lontano dell’oscillazione, dove riceverà la massima spinta per la sua parabola
verso il cielo. Per un attimo la vede. Laggiù, stretta fra le sue mani troppo
lisce per poter imparare un me-stiere, troppo poco curate per poter imparare
altro. Per un attimo la vede. Imperfetta, sferica, grossa e pesante. Dovrebbe
essere piatta, leggera, uniforme, perfetta per rimbalzare almeno tre o quattro
volte, magari cinque.
Ride. Lancia e ride. Poi espira con forza, quasi uno sbuffo tenuto dentro per
anni. Alza il capo e la vede salire e roteare su sé stessa, roteare e salire.
Anche il bambino alza il capo ed il labbro custodito dagli incisivi per seguire
il balzo nel buio della pietra.
“E’ grossissima” dice a mezza voce.
La pietra sale ancora. S’arrampica sugli scalini del passato, dei sassi
sbagliati, dei legnetti mai spolpati davvero, s’arrampica leggera fino a
raggiungere il culmine della pa-rabola mentre Orione s’affaccia sul lago,
sull’uomo, sul bambino. Una stella cadente graffia la notte.
“Non è la pietra che fa, piccolo mio. E’ la tecnica che conta” dice l’uomo
seguendo con lo sguardo la corsa verso l’acqua del sasso scagliato un attimo o
anni fa.
“E’ la tecnica che conta” ripete con un filo di voce, mentre una piccola
scintilla riverbera tra i suoi occhi ed il suo sorriso.
Pluf.